Spartiti
Spartiti sul leggio – un "Capriccio" di Paganini – e un delicato violino sotto al poderoso doppio mento, quell'uomo dalle innumerevoli collane d'oro inizia la sua sessione serale.
Due ragazzi, passando in quel momento in corridoio, si sporgono appena dall'uscio, alle sue spalle.
«Il violinista del diavolo, eh?», bisbiglia uno, dando un colpetto col suo gomito tatuato nel fianco nell'altro, che nasconde una risatina sotto una maschera di gomma.
Entrano nella sala a fianco, poggiano le borse sul tavolo. Il più giovane solleva la maschera, riprende fiato e chiede: «Ma come ha iniziato a suonare?»
«Da piccolo. Suo padre aveva preso un violino, ma non l'aveva mai usato».
Poi aggiunge, ammiccando: «Gli serviva solo la custodia!»
Aprono le borse, spargendo il contenuto sul grande tavolo di rovere.
«Lui era costretto a passare molto tempo a casa da solo, mentre il padre faceva i suoi giri», continua, «e così quel violino è diventato il suo migliore amico.»
Dopo l'ultimo stridulo crescendo, sentono che ha smesso di suonare.
«Allora... com'è andata?», chiede l'uomo, visibilmente sudato, entrando in sala.
«Giudichi da solo», dice orgoglioso il più giovane, indicando col mento il tavolo pieno.
L'uomo fa lenti cenni di assenso con la testa, ancora immobile sull'ingresso.
«Dunque... crede che sono pronto a entrare nella banda?», domanda timoroso il giovane.
«Questa era la parte facile», sogghigna l'uomo, «ora dimostraci il tuo vero valore», e indica la rastrelliera che riempie la parete di fianco.
Il giovane si avvicina, e accanto ai fucili trova anche una serie di archetti. Guarda il leggio pronto, l'altro ragazzo già accomodato dietro alla pesante viola, l'uomo a braccia incrociate.
E mentre si siede e poggia il violino sulla spalla sinistra, ammira ancora per un attimo il tavolo, e il ricco bottino che sperava si sarebbero spartiti.