Mare
Mare aperto e disteso, sembra un lago.
Se anche una vela si avvistasse all'orizzonte, rimarrebbe ammainata, lo scafo immobile.
Un ragazzo – pelle dorata, capelli sbiaditi, barba salata – è a caccia di impronte sulla battigia. Trova una pista, e la insegue lungo il filare di palme che lambisce la costa.
«Dove sei finito, maledetto?», ride eccitato.
Gira dietro uno scoglio. «Eccoti!». Si tuffa in acqua. Seguono schizzi, risate, una corsa nella schiuma.
Si lascia cadere sulla sabbia, esausto, guarda il cielo vuoto. Gira la testa di lato, sussurra «avresti mai detto che saremmo finiti in Paradiso?».
Si guarda le mani arse dal sole, i tagli sui polpastrelli, la ferita ancora fresca tra indice e pollice.
«Hai sete?», si alza di scatto.
Sposta un mucchietto di pietre, ne solleva una, ne ammira il lato appuntito, si guarda attorno. Va verso una noce di cocco caduta là vicino. La tiene ferma con una mano, mentre l'altra trema un po', reggendo la pietra.
Un rumore sordo, una bestemmia. Poi un altro colpo, infine un sospiro. E il gorgogliare del latte che scende a gran sorsi.
Poggia la noce vuota in fila con le altre, ben allineata. Le guarda soddisfatto.
Osserva per l'ennesima volta la sabbia finissima, le casuarine che gli fanno ombra al risveglio, gli stracci legati alle palme più alte a formare un enorme messaggio, la collezione di rottami che ogni giorno raccoglie dalla riva. La spiaggia, anche oggi, senza anima viva.
E tutt'attorno, avido e muto, il mare.