Pane Nostos
«E tu chi saresti, dunque?», disse lei, stringendo gli occhi.
«Ma come chi sono... tuo marito!», rispose, dando un rapido sguardo al figlio, alla sua destra.
«Sì, mamma... è lui!», aggiunse il ragazzo, gli occhi aperti per intero.
Lei lo squadrò dall'alto in basso: la lunga barba ingiallita, i vestiti cenciosi, i sandali consunti. «Mio marito è morto tornando dalla guerra», disse, sforzandosi di mantenere la voce ferma, «dieci anni or sono».
«E dieci anni fa sono partito. Ma ora sono qua», sorrise.
Poi, prese fiato e raccontò:
«...Ma quante ne ho viste, durante tutti questi anni in mare! Mostri, cannibali, giganti, maghi. Siamo stati derubati, assaliti, drogati, fatti prigionieri.
«Ho toccato tutti gli angoli del Mediterraneo, sbattuto dai venti, dirottato da popoli ostili o confuso dalle mie stesse umane debolezze.
«Ma ho sempre avuto presente la rotta del ritorno. Non sempre la vedevo, ma la sentivo, gustavo, annusavo. In alto c'erano le stelle, e in basso la mia stiva, con il suo carico di anfore d'olio e di vino e sacchi di farina: ciò che ci ha tenuti vivi, ricordato casa, e tratto in salvo in così tante occasioni.
«Ce la siamo vista brutta in Turchia, rischiando il linciaggio. Ma poi, per placare gli animi, ho fatto focaccine tonde con farina d'orzo, e proposto di riempirle con il loro spezzatino d'agnello. Siamo ripartiti dopo numerosi abbracci e calici alzati al cielo.
«Anche una volta sbarcati in Libia, abbiamo commesso qualche leggerezza. Ci hanno drogati al punto di farci perdere la memoria. Cosa ci ha salvato? Solo ciò che avevo sfornato poco prima di iniziare a perdere i sensi: pane azzimo, giallo di semola. Il suo profumo, e quello del miele e del sesamo che l'hanno avvolto, ci hanno riportato ricordi delle nostre mogli, delle nostre madri: ci hanno ricordato la rotta verso casa.
«Abbiamo dovuto spesso vivere di espedienti... In Sicilia avevamo trovato un'enorme grotta piena di formaggio appeso a stagionare, e abbiamo osato rubarlo, per disperazione. Ma non sapevamo che la grotta apparteneva a un gigante, pronto a schiacciarci come formiche. Siamo fuggiti, ma avevamo ancora fame. Allora ho pensato di portargli del pane rustico: alto, soffice e croccante, che invocasse la compagnia di quel formaggio. Lui divorò le panelle in pochi bocconi, e condivise con noi un po' della sua dispensa.
«Non ci è andata sempre così bene: dopo una violenta burrasca, siamo stati spinti nella quiete apparente dei porti della Sardegna. Là, la nostra flotta è stata decimata da altri paurosi giganti. E a nulla è servito offrire loro quel pane croccante e sottilissimo che sono soliti preparare per la transumanza.
«Arrivati sulle coste del Lazio, avremmo voluto rilassarci un po'. C'era un parco con tanti animali e una donna accogliente che ci offriva da mangiare e da bere. Ci stava ingannando: era una maga, che ci avrebbe sì voluto accogliere nel suo parco, ma sotto forma d'altre bestie. Ho rifiutato il suo cibo e indicato le sue conserve di olive, dicendole che anche io ero capace di far magie. E così finimmo a tavola, davanti a morbide e fumanti focacce ripiene.
«E poi abbiamo dovuto lottare anche contro la solitudine, la mancanza delle nostre mogli e compagne lontane. Al largo della Campania, già sentivamo il canto ammaliante di alcune donne, e i miei compagni di viaggio erano pronti a tuffarsi a raggiungerle, rischiando di dimenticare, nuovamente, la vera meta. Li ho fermati, e li ho convinti ad aiutarmi. A fare cosa? Preparare ceste piene di croccanti taralli, da allungare a queste strane creature femminili che vivevano sugli scogli. Li hanno divorati, sedotte dagli aromi di pepe, anice e finocchio. E incapaci di sedurci – le bocche piene – siamo passati indenni attraverso i loro scogli.
«In quanti altri lidi siamo sbarcati, all'inizio accolti con sospetto, a volte con ostilità».
Rimase un attimo in silenzio, la stanca testa china in avanti.
«Ma ho sempre, sempre pensato che un uomo che sa impastare non può mai restare straniero. Straniero è chi invade la tua casa, non chi porta con sé la sua casa, e la apre agli altri...»
Lo sguardo di lei, benché affascinato e assorto, conservava ancora qualche briciola di sospetto.
«La mia casa l'ho sempre portata con me», continuò lui, e puntò lo sguardo sulla madia in legno d'ulivo, coperta da un telo bianco, che aveva al suo fianco come unico bagaglio.
Si abbassò, sollevò il telo. Lei si sforzò di trattenere un sospiro di stupore, ma era chiaro che qualcosa nel suo viso era cambiato.
«Questo è il lievito madre che mi ha accompagnato negli ultimi vent'anni, questo è il profumo di casa che mi ha sempre indicato la rotta».
Lei non proferì ancora parola, ma tutto in lei si distese, fino a farle sbocciare un sorriso.
Prese l'uomo per mano, lo guidò verso la stanza in cui si cucinava, si avvicinò a una tenda, la scostò.
«Questo, allora», disse infine lei, «che ho fatto e disfatto per vent'anni, tessendolo e intrecciandolo senza sosta per mantenerlo in vita, lo riconosci ancora?»
L'uomo rimase a bocca aperta, e subito si chinò ad annusare quella massa gonfia e infarinata, fragrante di legno e frutta matura, soffice di bolle che erano il suo respiro, gemello di quello che l'aveva nutrito durante la guerra e il travagliato ritorno.
Si risollevò, e la donna, ormai sciolta in lacrime, gli gettò le braccia addosso, e gli baciò il capo.